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Giulio va all’Istituto Europeo di Design

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ied_logoEra l’inverno della grande neve del 1985 con le temperature che arrivarono a -19, quando una notte che stavo facendo finta di fare la guardia sul cancello 6 mi resi conto che l’Università che stavo facendo – il DAMS di Bologna – era sicuramente molto interessante e molto stimolante, ma assolutamente poco pratica; avevo cioè la sensazione che tanta teoria, alla fine del corso, mi sarebbe servita a poco …

Decisi così, sui due gelidi piedi, che al termine della naiadimmerda avrei integrato il percorso universitario troppo teorico con un qualche corso più pratico, più orientato a fare le cose e non solo a sapere come funzionano …

Così, quando tornai a casa, mi informai un po’ in giro e trovai l’Istituto Europeo di Design: una scuola fighetta, costosa ma – mi dissero – ben fatta per imparare un mestiere pratico, quello della pubblicità. Naturalmente il mio interesse era orientato alla scrittura, ovvero al Copywriting, come imparai, ma il corso era genericamente un corso di pubblicità che solo al terzo anno prevedeva un orientamento di specializzazione.

Vabbè, mi dissi, e mi iscrissi con grande esborso di denaro, cominciando così un quotidiano pellegrinaggio tra Brescia e Milano, a mezzo treno delle 7,31 e poi metrò o tram. Nel frattempo continuavo anche l’Università Bolognese e, talvolta, passavo ore e ore di vita sui luridi mezzi delle FS tra Brescia, Milano e Bologna.

L’Istituto corse veloce e, devo ammettere, imparai tante cose pratiche che mi servirono molto gli anni successivi; il clima era di scuola fighetta con tante fighette, ma le docenze erano qualificate e le materie interessanti. L’ultimo anno affinai la mia passione per la scrittura, imparando regole e tecniche del copywriting, e chiusi la mia esperienza IED con l’esame finale e il risultato ‘buono’, che era pura verità …

L’anno successivo trovai casa a Milano perché qualcosa volevo provare a fare, e poi c’era ancora da chiudere l’università e a Milano avevo contatti in ambiente accademico che potevano darmi una mano, ma questo è un’altro pezzo di vita …

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Giulio va alla naja

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Che schifo, la naia … un anno di merda trascorso per i primi cento giorni nel centro di addestramento reclute di Foligno e per i successivi nove mesi alla Passalacqua di Verona, nel 9° Gruppo Artiglieria Pesante Rovigo, detta “la Dotta”. E in un anno oltre 200 giorni di consegna semplice, quasi tutti per insubordinazione e scarso rispetto di regole troppo stupide per essere rispettate …

Un anno buttato nel cesso, tra gente rozza e ignorante; sottufficiali idioti e volgari; ufficiali grassi, meschini e deficenti; in mezzo a ruberie continue e cospicue per ingrassare le pancie e le tasche di militari di carriera che non avevano nessuna altra alternativa nella vita; giovani morti per palesi errori di medici militari o scriteriate decisioni di comandanti; altri giovani psicologicamente rovinati peer sempre da un’ambiente di merda stracolmo di enormissime teste di cazzo …

Il mio odio in particolare va al tenente della mia batteria, un lurido ladro pancione e stupido; al sergente Alfano, un disgustoso idiota analfabeta e cappellone che avrei ucciso con le mie mani; al maresciallo dell’ufficio materiali, che ho goduto come un matto quando l’ho visto piangere perché inquisito per furto; a quel grassone pederasta di Spadolini, allora ministro della Difesa … A tutti – ad ogni modo – il mio augurio di lunghe e dolorose malattie, o di una giovine morte per rubarci meno soldi possibile. Grazie a Dio, almeno Spadolone è già crepato …

Di quest’anno rubatomi da questo stato di merda, che per ciò non disprezzerò mai abbastanza, mi rimangono, oltre ai legittimi cattivi pensieri, due immagini: nella prima è l’alba sul Brenta e sono davanti al mio fedele obice del 1943 che ho difeso tutta notte dal freddo con la mitragliatrice naturalmente scarica; nella seconda sono con l’autista Peroni sul trattore che tira l’obice mentre affogati nel nostro orrido presente contempliamo un migliore futuro …

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Giulio va al Dams

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Il dipartimento di Arti, Musica e Spettacolo fa parte della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Il corso di laurea che scelgo nel 1982 è quello in Discipline dello Spettacolo che, tradotto in pratica, significa soprattutto teatro e, marginalmente cinema. Questo corso di laurea è sicuramente innovativo per l’uniiversità italiana, ma per me si trattava già allora di argomenti noiosi e di retroguardia, giacchè il vero fascino era la televisione e il suo eterno flusso …

Ad ogni modo, nell’insieme degli esami da sostenere, oltre alle pizze fondamentali – come Italiano, Estetica, Inglese, eccetera – e le pizze sullo spettacolo ‘alto’ – come Storia del teatro, Istituzione di regia, Drammaturgia – ci sono anche degli esami in linea con i miei interessi: Storia della televisione, Tecniche del linguaggio radio televisivo, Comunicazioni di massa, eccetera … Approdo in facoltà come studente lavoratore, quindi non frequentante, quindi non partecipante alla quotidiana e ludica vita degli studenti universitari. In pratica, studio a casa, quando posso, e poi corro a Bologna in treno per fare gli esami. Tutte le volte è un viaggio, tutte le volte è un’avventura, però perlomeno è un’avventura con momenti interessanti e divertenti.

Con fatica, riesco a costruirmi un metodo di studio che porta risultati e, nel tempo, i voti consolidano una media alta. Poi quando comincio ad avere un certo ritmo arriva la cartolina della naia …

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Giulio è attivo e creativo

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In quegli anni un fuoco inizio a bruciare dentro noi,
divamparono idee, parole, progetti e situazioni nuove.

Furono anni di musica nuova e di energie senza fine,
anni di canzoni, passioni, gruppi, strumenti, pensieri, concerti.

Fu in quegli anni che l’underground vide la luce,
dal buio delle cantine ai riflettori dei palchi.

il 23 dicembre 1980 incendiammo il primo palco,
come in un gioco, prendemmo tutto molto sul serio.

Fu il primo concerto di un gruppo punk a Brescia,
niente girò per il verso giusto, quindi tutto fu stupendo.

Sono passati trent’anni … e il nostro fuoco brucia ancora.
Questo articolo è per scaldarvi con questo fuoco.


Volantino ufficiale del concerto

volantino


Dalla memoria di Giulio Regosa voce e chitarra per DDT

Che evento, quella notte: per la prima volta un concerto punk a Brescia; per la prima volta tutti fuori dalle cantine, dalle sale prove, dai sottoscala e tutti insieme – amici e nemici – al CSA di Mompiano per DDT e Graves. Per la prima volta i ‘brutti e cattivi’ delle suburbie, i ‘belli e fascisti’ del centro città, i ‘freak’ di piazza del duomo e gli ‘chic’ delle discoteche si trovarono fianco a fianco tutti accaldati dello stesso sudore nello stesso squallido stanzone per un vero concerto underground.

Che concerto quella notte: tutto funzionava più o meno ed il suono faceva schifo, per l’emozione avro’ pisciato 10 volte prima di uscire upfront, quando uscii la mia scaletta era sparita ancora prima di cominciare e la mia chitarra era piu’ scordata del solito. Dal piccolo rialzo che faceva da palco vedevo volare monetine e raudi, mozziconi accesi e latte fresco; sentivo insulti e vedevo spintoni, vicino a me infuriava il pogo, lontano c’era troppo fumo per poter vedere. I gruppi diversi si guardavano con odio mentre colavano dello stesso calore, una piccola rissa scoppiò sulla porta, più per folklore che per vera cattiveria. Noi suonammo tecnicamente male ma emozionalmente benissimo, con tutta la rabbia, l’allegria e l’energia che ci percorrevano i corpi. E alla fine, grandi pacche sulle spalle e saluti da mai visti, un buon successo anche con le (poche) pankez girl d’epoca.

In quel concerto tutto successe per inerzia, perche’ l’energia – la nostra energia, quella del pubblico, quella della della nuova scena – era oramai una forza talmente vasta e talmente robusta che nulla e nessuno avrebbe potuto bloccarla. Da quel concerto l’energia dilago’ per la città e da quella sera l’underground – con i suoi gruppi, le sue persone, i suoi eroi e i suoi reietti – si prese il suo posto stabile sotto le luci dei (pochi) palchi della città.


Volantino distribuito all’inizio del concerto

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Si possono tutti rendere molto facilmente conto che BRESCIA risulta essere una delle oramai poche città del nord Italia che non abbia una scena musicale d’ispirazione no wave. Ma perché questo? I pochi gruppi bresciani esistenti divagheggiano tra un HARD ROCK di vecchio stampo e un R’n'B che ha il solo apparente significato di dire “Oh, come avrei voluto fare il raccoglitore di cotone nel Tennessee!!!”. Ed intanto, mentre qui ci si trastullava con delle assurde nenie in stile Neil Young, in moltissime altre città (Pordenone, Modena, etc ) nasceva una vera scena musicale, fatto mai successo da che ci fu la “Repubblica”. E sono tornati i concerti rock ad alto livello; ma Brescia, naturalmente, è stata tenuta al di fuori di questo nuovo giro musicale. Ed anche nelle eccezioni (es. IGGY POP), mentre nelle altre città si era, civilmente, ripresa l’abitudine di pagare il biglietto d’ingresso per assistere agli spettacoli, da noi le vecchie abitudini sono dure a morire. E sfonda oggi, e sfonda domani, a BRESCIA non ci verrà, dicono, più nessuno.
Ma dopo questa prefazione generale veniamo a parlare di questo concerto. SE VI PIACCIONO I PINK FLOYD O I GENESIS STATE PURE FUORI!!! Non pensiate di trovare nella musica di questi due gruppi (tra l’altro di molto giovane formazione) l’assolo, la composizione magistralmente eseguita e superbamente decorata. AVRETE SOLO RUMORE, RABBIA, ENERGIA. E se questo vi pare poco per dei ragazzi che vivono quotidianamente un’assurda realtà urbana, tornate agli incubi di pietra dei Pink Floyd, ai deliri da trip dei Genesis. E copritevi gli occhi e preparatevi a difendervi perché l’onda, la nuova onda (e non i vostri lamenti antiquati) vi potrebbe sommergere. Fate la vostra scelta; la musica che state per andare a sentire è RITMO, VIOLENZA; puro veleno per i “professori”, e vale più un minuto di questa energia che tutte le porcherie dei fottuti specchietti per le allodole californiani, o le smanie religiose dei traditori Patti Smith e Bob Dylan. O le facce d’angelo dei poppisti più languidi e mielosi, così come i falsi inferni heavy, o delle tombe scoperte dei romantici inglesi e dei “morti riconoscenti” americani.
VALE PIU’ UN ATTIMO DI “VELENO SCHIFOSO” che la faccia di quelli cui “LA MUSICA E’ MUSICA”.

Uno dell’entourange D.D.T.


Recensione del concerto dalla Fanzine Brixia Rock a cura di Junge Riot

Il concerto si è svolto presso il Centro Socio Culturale (C.S.C.) della Seconda Circoscrizione a Mompiano (via Ambaraga 31), e le filovie che conducevano sul luogo erano il 2 e il 5. Per il pagamento non c’era problema, in quanto l’offerta era libera; comunque quasi tutti i punks riuniti hanno dato 1.000 lire.
Il giorno del debutto è stato martedì 23 dicembre alle ore 20,30 (ma come al solito è iniziato alle 21 per via dei preparativi). La pubblicità era stata molta; su tutti i pali di Brescia c’erano fogli con le spiegazioni del concerto. Non solo, ma anche su tutte le filovie, fuori dalla scuola, nei locali pubblici, ecc. Come dice il foglietto (da me strappato da un palo subito dopo il concerto), ascoltare i Graves e i D.D.T. è come ascoltare un camion senza marmitta. Infatti il locale era molto piccolo, anzi era una stanzetta da circa 50 posti, e per giunta le finestre erano chiuse. Potete immaginarvi quindi l’atmosfera. Quello che assordava di più era il basso che, essendo troppo alto di volume, faceva vibrare la stanza.
Nell’entrare dal cancello mi sono trovato di fronte un posto lugubre, illuminato dalla luce fioca di un lampione. Ho percorso il vialetto e, girato l’angolo, alcuni rumori assordanti mi hanno travolto, con un frastuono incredibile. Finalmente sono entrato dalla porta che dava sul palco, ho dato i soldi al cantante dei Graves, che “affamato” continuava a dire di darglieli, ma con un’aria da esaltato. Dentro, mi sono seduto su una delle sedie in fondo, appoggiato al muro, e sono stato costretto a fare tentativi per vedere oltre, in quanto la gente aveva riempito il locale. Intanto, mentre i D.D.T. facevano le loro prove, sono entrati i punks più punk di Brescia e provincia. Indossavano stivaletti alla partigiana, blue-jeans ormai bianchi con disegni, parole o sigle, giacche di cuoio con pezze e spille di vari complessi. Uno aveva anche un cinturone di proiettili e una pistola (calibro imprecisato) era il personaggio più punk di tutti. Se ho sentito bene era il batterista dei D.D.T., anche se l’informazione non è sicura. Dalle 20,30 alle 21 i vari punks che avevano portato un registratore, hanno mandato alcune canzoni dei Crass, U.K.Subs Cockney Rejects. Finalmente alle ore 21 e qualche minuto le luci si sono spente e si sono riaccese sul palco (luci psichedeliche verdi, gialle e blu). Appena i D.D,T. hanno attaccato una grande folla si è messa a ballare scalmanatamente vicino al cantante, che aveva occhialini neri (conciato anche lui alla pazzia) e cantava stonatamente rivolto sul pubblico. Inoltre le chitarre non seguivano la batteria (che era povera) e viceversa. Il chiasso e il frastuono erano incredibili, pazzeschi. Sono rimasto senza vedere per ben mezz’ora e sono stato preso da un calore improvviso, finché la gente si è tirata giù. Alcune canzoni erano imitate dai Sex Pistols e comunque erano copiate male. Solo chi ama la confusione e uscire un po’ la sera avrebbe potuto venire nel ghetto in cui in cui mi trovavo; le varie canzoni che sono riuscito a rintracciare senza fatica sono quattordici per i D.D.T. e 13 per i Graves (anche se non tutte sono state suonate per motivi tecnici). Per i D.D.T. sono: “Pretty Vacant”, “Corpus Christi”, “Soldier”, “So Much the Better”, “Bodies”, “Wendyu”, Bishop”, Lost Living Out”, Perversion”, Bombmania”, “Where Living Out”, “C.I.A.” e “Polizia” quest’ultima in italiano; uno di loro prima di cantarla ha urlato “la poliziaaaaa!” e della gente si è spaventata quasi fosse stata una bisca clandestina. “Anarchy” (cantata in onore di un loro amico morto in un incidente automobilistico). Anche le urla arrabbiate e la musica dura non a tempo rendevano il luogo assordante e rompitimpani; le musiche certo erano molto corte ma mi piacevano molto, e l’inizio era il pezzo più chiassoso.
Il secondo concerto, tanto atteso, mi ha un po’ deluso, più che altro perché era meno tirato dell’altro. Ma la voce del leader, anche se grossa, almeno stava a tempo con la musica. C’era una voglia di salire sul palco e strappare di dosso i vestiti dei componenti.

Immagini del concerto

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E poi?

Dopo questo concerto, niente fu più come prima. Nacquero nuovi gruppi e nuovi situazioni, ci furono nuovi concerti e nuovi grandi eventi.

Una memoria dei due anni successivi al concerto di DDT & Graves è rintracciabile nell’articolo di Maurizio Pasetti “Ho u’dito ­ Metrò a Brescia: percorsi e fermate” apparso su “Punto e Virgola” del dicembre 1982 e curato da Massimo Lanzini.

Per conto mio, dopo DDT ci fu Rigor Mortis – Rigidità Cadaverica, il gruppo di dark wave con interferenze rockabilly e sinfoniche costituito da me alla chitarra e voce, Claudio Passerini alle batterie e ritmiche, Giovanni Bosetti al basso e Domenico Bulla al trombone e sax.

E dopo ancora Dr. Rhythm, uno studio group con Claudio ‘Koma’ Passerini che con lo slogan “There is a danceable solution to teenage revolution” apre l’underground alla dance evoluta.

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Giulio e la musica

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Fin da piccolo, la musica ha avuto una grande importanza nella mia vita.

La mia canzone bambina preferita era la sigla iniziale delle “Fiabe Sonore”, quella che comincia con “A mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar”.

Ma ben presto la musica moderna, diffusa dalle radio a transistor nelle custodie di similpelle, promossa quotidianamente da Alto Gradimento e settimanalmente dai Dischi Caldi e dall’Hit Parade, mi entrò nelle orecchie e nel cuore.

Da allora, ho praticamente sentito di tutto con grande curiosità, consolidando le mie preferenze per generi affini al mio carattere, come il rockabilly (da Eddy Cochran ai Cramps); il primo punk e la sua figlia new wave (che anni da 1977 al 1986!); l’EBM, la techno e l’elettronica mitteleuropea (dai clicks minimali al girone del Gabba); i crooners americani come Frank Sinatra e Dean Martin e la grande canzone italiana degli anni ‘20, ‘30 e ‘40, alla quale ho dedicato dedicato il sito di sentimental.it

In questi anni ho visto migliaia di concerti, di cui alcuni assolutamente memorabili ed altri tragicamente tristi, e seguito centinaia di ore di DJ set.

E anche oggi, quando penso che ci sia qualcosa di nuovo, mi muovo sempre per andarlo a sentire di persona.

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Giulio ha guardato tanta TV

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monoscopio

La TV, insieme ai libri, è stato il principale educatore della mia vita, nella pratica e nella fantasia. In TV ho visto praticamente tutto e devo dire che ho imparato un sacco di cose.

Daltronde, negli anni ‘60 e ‘70 la televisione era molto più educativa e molto meno invasiva di oggi, i programmi erano molto più fantastici e di provenienze diverse, il bianco e nero si colorava con la fantasia e c’era molto più serietà e qualità nei programmi. Ancora oggi la televisione, col suo mix di contenuti e di forme, è uno dei miei passatempi preferiti e che mi divertono di più.

Tutto il mio amore per la televisione che ho guardato l’ho riversato in “Anima mia, la nostra memoria bambina”, un sito dedicato ai ricordi dei bambini italiani degli anni ‘60 e ‘70.  Se siete nati in quegli anni fateci una visita, e rimarrete travolti dalla vostra memoria bambina.

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Giulio legge tanto

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Anni di letture folli, quelli giovanili, quando centinaia di libri mi passavano fra le mani e me li divoravo come biscottini, traendo da ognuno di loro lezioni di vita, di fantasia e di stile. Tutto cominciò già da piccolo, quando il papà mi mandava a letto io aspettavo che tutto nella casa si quietasse e poi, molto silenziosamente, estraevo la mia pila dal comodino, mi coprivo sotto le coperte e leggevo per ore romanzi di avventure, di mistero e di fantascienza.

Ciò, sicuramente, mi costò moltissimo in termini di diottrie della vista, ma mi rese molto di più in termini intellettuali e linguistici. Ricordo perfettamente ancora oggi la vivida sensazione bambina di essere dentro alle storie che leggevo, di conoscere i personaggi, di condividerne emozioni ed azioni.

Da allora, la lettura invase prepotentemente la mia vita e in pochi anni lessi praticamente di tutto: dai classici greci e latini alla fantascienza moderna, dai manuali di etica e morale ai romanzi di libertinaggio, dall manuale delle giovani marmotte alle ricostruzioni di battaglie storiche.

E in più, in mezzo a tante pagine di libri, tantissime vignette di giornalini E’ sicuramente in questo calderone testuale che si è forgiata la mia qualità di scrittura, la mia attenzione per la parola. E questo mio vizio dura ancora oggi, sempre molto invadente, sempre molto trasversale.

Quindi, vi invito tutti a leggere di tutto, sempre di più, che vi fa bene …

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