Il ruolo della donna e il tema della maternità nei romanzi di Margaret Drabble e nella scrittura femminile
Margaret Drabble è un’importante scrittrice contemporanea inglese, che riveste un ruolo importante nella letteratura perché la sua scrittura si pone come anello di continuazione tra la nota e ricca tradizione letteraria femminile inglese e una scrittura femminile più moderna, attenta ai problemi e alle necessità delle donne di oggi. I suo primo romanzo è del 1963, l’ultimo è ‘The witch of Exmore’ del 1995.
Monica Marcangeli è laureata al Corso di Lingue e Letteratura Straniere dell’Università di Bologna con una tesi in Lingua e Letteratura inglese dedicata a ‘Il ruolo della donna e il tema della maternità nei romanzi di Margaret Drabble e nella scrittura femminile’. Relatori: prof. Silvia Albertazzi, dott. Daniela Fortezza. Votazione 110/110
Introduzione della tesi
In un’intervista rilasciata da Margaret Drabble a Diana Cooper Clark la scrittrice afferma che la maternità è l’esperienza principale della sua vita, quella che maggiormente l’ha appagata e completata come donna. Questa significativa esperienza, e più ampiamente le emozioni, i sentimenti, le qualità e i problemi che dalla maternità scaturiscono, sono quindi un argomento importante e centrale nella poetica della Drabble che coinvolge in modo totale la narrazione e la vita dei suoi personaggi.
Per comodità di trattazione, ho suddiviso questo mio lavoro in due parti principali: nella prima parte, ‘La scrittura femminile’, tratto della tradizione letteraria femminile inglese – background fondamentale per questo studio – soffermandomi in modo particolare sul concetto di scrittura femminile nella letteratura dei secoli passati e in quella contemporanea. Dalla figura Vittoriana dell’angelo del focolare alla moderna donna in carriera, traccio lo sviluppo di un essere letterario che dopo aver vissuto per secoli nel silenzio, vuole far sentire la sua voce.
Per definire questa entità mi sono mossa da Virginia Woolf a Elaine Showalter, da Simone de Beauvoir ad Adrianne Rich per giungere alle scrittrici di critica letteraria anglo-americana e francese che hanno analizzato e configurato la scrittura femminile di questi anni più recenti.
L’intento di questa prima parte è cogliere e raccontare quel filo sottile, quell’insieme di voci, di riflessioni e di espressioni che hanno dato vita, nel tempo, alla scrittura femminile.
Nella seconda parte ‘Le donne e le madri di Margaret Drabble’ dopo aver presentato la scrittrice inglese attraverso una breve biografia approfondisco con diverse chiavi di lettura la sua concezione/narrazione di maternità e femminilità ‘incontrando’ alcune figure femminili protagoniste dei suoi primi romanzi.
Al termine, raccogliendo con uno sguardo d’insieme i diversi temi affrontati nel presente lavoro, sono in grado di presentare alcune conclusioni.
In appendice, una piccola soddisfazione personale: un’intervista rilasciatami dall’autrice nella sua casa di Bayswater a Londra sugli argomenti di cui parla questa mia tesi.
Indice della Tesi
- Premessa
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- Introduzione
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- Parte Prima: La Scrittura Femminile
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- 1 La voce della donna nella storia dell’uomo
- 1.1 La presenza silenziosa
- 1.2 La parola ritrovata
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- 2 Una stanza tutta per se: l’epopea moderna del romanzo femminile
- 2.1 Le madri del modernismo
- 2.2 Sessualità e matrimonio nel romanzo femminile
- 2.3 Le scrittrici contemporanee: nuove teorie e correnti di pensiero
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- 3 Pensando attraverso il corpo
- 3.1 Alla scoperta delle proprie origini: la tradizione letteraria delle donne
- 3.2 Il linguaggio e i generi letterari femminili
- 3.3 La critica letteraria anglo-americana
- 3.4 La risposta francese
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- Parte Seconda: Le donne e le madri di Margaret Drabble
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- 4. Margaret Drabble tra letteratura e maternità
- 4.1 Chi è Margaret Drabble: una breve biografia
- 4.2 La scrittura di Margaret Drabble: tra tradizione e innovazione
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- 5. Sessualità e maternità nella scrittura di Margaret Drabble
- 5.1 L’essere femminile e la divisione mente/corpo
- 5.2 L’alienazione dal proprio corpo e dalla sessualità
- 5.3 La maternità alla luce dell’etica puritana e del fatalismo
- 5.4 La riunificazione dell’essere diviso: the ’successfull mother’
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- Un té da Margaret Drabble: intervista con l’autrice
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- Conclusioni
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- Bibliografia
Una tè con Margaret Drabble: intervista con l’autrice
A conclusione di questo studio ho ritenuto importante ed interessante incontrare Margaret Drabble, per raccontarle le mie conoscenze ed opinioni e per chiederle un contributo di pensiero. Ho quindi contattato gli editori Fraser & Dunlop, nella persona di Fiona Batty, agente della scrittrice, per parlare quindi con la signora Drabble che mi ha fissato un appuntamento per il pomeriggio del 29 aprile, alle ore 16, presso la sua abitazione di Bayswater, Londra. Al giorno e all’ora concordati, Margaret Drabble mi ha accolto con simpatia, mi ha fatto accomodare nel suo salotto rosso e, dopo aver preparato una tazza di té, abbiamo cominciato a parlare.
Nella prima parte della mia tesi, emerge chiaramente il fatto che la voce della donna è stata assente per molti secoli nella letteratura; o meglio, è stata una presenza silenziosa senza il diritto di esprimere le proprie emozioni e opinioni, fino a quando in Inghilterra maturano le prime scrittrici di una certa importanza, da Jane Austen in poi.
Ritiene che le donne scrittrici abbiano oggi finalmente conquistato un loro spazio in letteratura, come auspicava Virginia Woolf in A Room of One’s Own, e che quindi la scrittura femminile sia paritetica a quella maschile, o pensa che esistano ancora delle discriminazioni che considerano la letteratura scritta dalle donne come una sotto-letteratura, una sorta di ‘corrente’ come quella della letteratura nera o africana?
Penso che si discuterà sempre sull’esistenza o meno di una ‘differenza’ tra la letteratura delle donne e quella degli uomini. In genere ciò che ravviso è che c’è sempre una sorta di consapevolezza che le donne non hanno abbastanza spazio nelle riviste letterarie, che non vincono i premi più importanti; devo personalmente però dire che come donna scrittrice non ho sofferto particolari discriminazioni nella mia carriera atte ad arrecarmi svantaggi. Quando ho iniziato a scrivere, negli anni ‘60, c’era in Inghilterra un forte movimento di donne scrittrici e c’era un grande interesse per la scrittura femminile. Molte scrittrici di successo avevano una reputazione internazionale come Fay Weldon, Doris Lessing, Margaret Atwood. Questo ambiente culturalmente vivace e favorevole mi faceva sentire perfettamente a mio agio nel ruolo di scrittrice donna. Oggi la mia opinione è che l’unica differenza tra la letteratura femminile e quella maschile è nella quantità di materiale prodotto, non nella sua qualità; ci sono infatti molte scrittrici fantastiche che sono al livello più alto della loro professione, mentre permane la differenza nel numero delle pubblicazioni scritte da donne e nelle opinioni degli editori.
Questo difetto nell’ampia diffusione di romanzi scritti da donne come si può spiegare, secondo lei? E’ causa della specificità degli argomenti di cui crivono le donne o è il prodotto di quel retaggio culturale che crede ancora che i libri scritti dalle donne siano più adatti ad un pubblico femminile mentre quelli scritti dagli uomini siano destinati a tutto il pubblico?
Non credo che in Inghilterra sia oggi valida nessuna delle due motivazioni; molte donne comprano e leggono fiction ’seria’ lasciando leggere agli uomini non-fiction, storiografie, biografie o fiction non reale: thrillers, gialli, libri di guerra e di fantascienza. Le donne considerano oggi con molta serietà la letteratura femminile è invece da parte degli editori letterari e di riviste, per la maggioranza uomini, che si tende a privilegiare la diffusione di scrittura maschile. In generale, mi sembra di cogliere un gap temporale nella pubblicazione di scrittura femminile, in particolare nelle traduzioni. Ciò obbliga le donne a metterci più tempo per raggiungere il mercato letterario.
Il grande sviluppo drella letteratura femminile negli anni ‘60 -’70 che l’ha vista protagonista ha certamente avuto una forte spinta dal movimento femminista che ha favorito l’interesse per la scrittura femminile, mentre oggi che il femminismo è cambiato e non riveste più un ruolo così ‘rivoluzionario’
Quando negli anni ‘60 nacque il movimento femminista il suo sviluppo fu così spontaneo e così diffuso che le donne di tutto il mondo si trovarono a scrivere di argomenti concernenti le donne; così come politici, sociologi, storici e letterati maschi. Credo che quando gli editori si resero conto che l’argomento non solo molto dibattuto ma anche molto commercializzabile, il mercato editoriale si impadronì della scrittura femminile, al punto che alcune femministe americane cominciarono a vendere il femminismo nei loro book-jakets – trasformando il dibattito in una vera e propria area di mercato.
Può darsi che fu proprio a causa di questa ‘esplosione commerciale’ che, dopo un certo periodo, l’interesse per il femminismo calò sino a tornare ad essere un argomento da studiosi?
Indubbiamente ci fu un momento in cui la gente si stancò dei troppi libri pubblicati sull’argomento e il mercato editoriale della letteratura femminista ebbe un notevole calo di vendita ritornando ad essere un argomento per studiosi ed appassionati. Nonostante ciò, sono del parere che il movimento femminista sia stato negli anni ‘60 e ‘70 un movimento ricco di speranza e di grande successo, i cui ideali sono oggi perfettamente presenti nella cultura e nellal letteratura.
In un’intervista da lei rilasciata in quegli anni afferma che non si riteneva una scrittrice propriamente femminista e che quindi il soggetto dei suoi romanzi non era il femminismo in se stesso. Che cosa non condivideva del pensiero femminista di allora?
Non è che non condividessi qualche aspetto del femminismo di quegli anni, ero anzi d’accordo sui temi e sulle soluzioni, solo che non interpretavo il femminismo come un argomento esclusivo per lo sviluppo della mia fiction. Mi sono invece sempre definita ‘femminista’ quando dovevo definirmi in opposizione a persone che non si ritenevano femministe; perché in quanto donna mi sembra abbastanza naturale definirmi femminista o supportare i diritti delle donne. E’ sulla definizione di femminismo ci fu una sia battaglia teorica che commerciale, che non mi vedeva entusiasta perché portava da un lato al cosiddetto femminismo separatista e dall’altro lato a quell’esuberanza di idee e materiali sul mercato editoriale di cui abbiamo parlato prima. Come esperienza personale di donna e di madre credo che l’età matura accomuna i sessi in un modo assolutamente diverso e nuovo rispetto a quando si è giovani e sono più distinti per ovvie ragioni.
Nei suoi primi romanzi le protagoniste sono madri, che vivono queta loro condizioni in modi molto differenti. Crede che la maternità sia l’esperienza più importante per una donna soprattutto oggi nella nostra società? In altre parole, pensa che la maternità renda una donna un’essere umano completo?
Io credo che la donna possa essere un essere umano ‘completo’ anche senza avere figli; conosco delle persone, uomini e donne, che non hanno figli e sono comunque delle persone complete in se stesse; ho però la certezza derivata dalla mia esperienza personale che la maternità, e la paternità, siano comunque esperienze che trasformano le persone, non necessariamente in individui migliori, ma comunque in persone diverse. Ho notato questa traformazione nei miei due figli maschi che diventando padri sono consapevolmente cambiati nel carattere e nel modo di essere. Più che la maternità è la paternità che ha acquisito oggi maggior valore, rendendo gli uomini più orgogliosi del loro ruolo di padri. Quando scrivevo i primi romanzi gli uomini ignoravano il concetto di paternità, non scrivevano mai e non ne erano particolarmente interessati in termini pubblici, mentre lo erano in modo normale nei termini privati e familiari. Mio padre è stato un buon padre ed io lo adoravo, ma era un padre molto distante perché lavorava, aveva poco tempo per stare con i figli e, in ogni caso, il tipo di rapporto era diverso da quello tra i padri e i figli di oggi.
Leggendo il suo ultimo romanzo “The Witch of Exmoor”del 1995 rilevo una certa differenza nella trattazione del tema della maternità rispetto ai romanzi degli anni ‘60 e ‘70. L’argomento maternità che importanza ha oggi per lei nella sua letteratura?
Sono ancora molto interessata a tutti i temi che riguardano il rapporto genitori-figli, la loro crescita, la loro educazione all’interno della famiglia. In particolare mi affascinano oggi le questioni relative allo sviluppo dei figli in relazione ai genitori, come l’ereditarietà genetica. Rifletto quindi spesso su quel patrimonio che posso riscontrare nei caratteri e nei comportamenti dei miei figli oramai adulti.
Buona parte della critica letteraria considera il suo stile e la sua forma letteraria ‘tradizionale’, e la descrive come una sorta di prosecutrice della tradizione letteraria inglese. Che cosa la lega allo stile della letteratura inglese del XIX° secolo?
Sono cresciuta e mi sono formata coltivando una buona conoscenza della scrittura inglese del XIX° secolo; ho avuto ottimi insegnanti e ho studiato letteratura inglese all’università con grande passione ed interesse. Naturalmente, erano donne molti degli autori che leggevo: Jane Austen, le sorelle Brontës, George Eliot. E’ su questo patrimonio letterario che ho costruito la mia scrittura all’interno di grande tradizione della quale mi conpiacevo di fare parte.
Molte altre scrittrici hanno cercato invece di rompere con questa tradizione e di scrivere in un modo completamente diverso, come Dorothy Richardson che rifiutava la tradizione letteraria e la contrastava utilizzando tecniche nuove e innovative come lo ’stream of conscioussness’. Perché, secondo lei, nacque l’esigenza in alcune autrici di rompere con la tradizione e di abbandonare figure e modelli a cui guardare?
Dorothy Richardson è un ‘caso’ molto interessante di scrittrice che ha svolto un lavoro pionieristico nei confronti della forma letteraria dei propri romanzi. Nella sua sperimentazione nessuno allora, la seguì mentre l’attenzione si spostò invece verso il lavoro di Virginia Woolf che diventò un importante esempio e riferimento nella corrente principale della scrittura femminile. Se analizziamo però alla la letteratura contemporanea realizzata da uomini e donne scopriamo che la tecnica dello stream of consciousness è oggi ampiamente utilizzata. Lo sforzo di ricerca della Richardson è quindi stato fondamentale per ampliare le possibilità espressive degli scrittori, così come, in generale, sono di grande importanza tutte le attività di ricerca e sperimentazione letteraria. A livello personale, credo che i miei libri tecnico stilistici siano una sorta di mix tra la tradizione vittoriana e la tradizione post-moderna, un miscuglio narrativi di realismo e di riflessione sul realismo. Penso che sia oggi impossibile scrivere in maniera totalmente realistica; vorrei fose possibile ma non lo é. Una delle tecniche che mi piace usare nei miei ultimi romanzi è il narratore intrusivo cioé il narratore che si rivolge direttamente al lettore, ma non è un artificio del diciannovesimo secolo né moderno, è una sorta di gioco con il quale mi rivolgo al lettore direttamente.
Nei suoi primi romanzi, come in quelli di altre scrittrici degli anni ‘60, si parla liberamente di esperienze, I suoi personaggi femminili mi danno invece la sensazione di eessere sempre, in un certo qual modo alienati dal loro corpo, dalla loro sessualità, dal loro matrimonio. Secondo lei, come mai questi personaggi sembrano sempre divisi tra il corpo e la mente? Perché hanno queste difficoltà a parlare della loro sessualità?
I comportamenti delle protagoniste dei miei romanzi nei confronti della propria sessualità e del proprio corpo sono sicuramente imputabili al pensiero sociale di quegli anni e all’educazione che noi donne inglesi abbiamo ricevuto. Quando io ero giovane solamente alcune ragazze delle classi sociali alte in Inghilterra avevano avuto una specie di educazione sessuale di tipo allarmistico preventivo. La ragione di questo allarmismo era molto semplice: la pillola contraccettiva non esiteva ancora e di tecniche contraccettive non si poteva parlare a donne non sposate. Le donne della mia generazione erano quindi obbligatoriamente molto attente perché l’aborto era una pratica illegale e una gravidanza inattesa avrebbero potuto avere conseguenze drammatiche per le donne non sposate. Ricordo che era tutta la situazione fisica della donna ad essere circondata da terrore, ci veniva insegnato di avere paura del sesso, ci dicevano che gli uomini erano dei mostri e che se avevano una sola opportunità ti saltavano addosso. Questo era l’insegnamento sessuale di quegli anni e anche se si cerca di opporre una diversa interpretazione l’insegnamento sessuofobico era comunque un elemento facente parte del nostro modo di pensare. Un ulteriore motivo del conflitto tra il corpo e la mente delle protagoniste dei miei primi romanzi è nella consapevolezza che una donna era obbligata a scegliere tra il matrimonio e la carriera, perché non era possibile una vita che li realizzasse entrambi.
Infatti Sarah, protagonista di A Summer Bird Cage, dopo aver terminato l’università vuole scegliere una carriera accademica ma si rende presto conto che per una donna è impossibile avere le stesse opportunità che ha un uomo. E’ davvero il destino di noi donne dover scegliere tra avere una famiglia e la carriera?
No, non è il destino di oggi; ma allora c’erano grandi difficoltà a portare avanti insieme le due cose; la situazione normale per una donna che voleva avere un figlio era di lasciare il suo lavoro: non c’erano leggi che regolamentavano la maternità, non c’erano indennità. La scelta di avere un figlio continuando a lavorare era quindi molto coraggiosa e molto pesante. Oggi non è più così, anche se questa scelta è resa ancora molto difficile dal fatto che avere un figlio e continuare a lavorare significa utilizzare qualcuno che segua il bambino, lavorare di più per guadagnare il denaro necessario per pagare questi servizi, stancarsi molto. Vedo in questa situazione delle amiche che hanno tra i venti e i trenta anni per le quali è normale portare avanti insieme lavoro e cura dei figli; non è sicuramente facile ma è normale. Ai miei tempi era abbastanza insolito cercare di avere una carriera e dei figli contemporaneamente. Ricordo molto bene il senso di delusione delle donne della mia generazione, passate da buone università e con una preparazione a ottimi livelli che al momento del matrimonio perdevano tutto questo patrimonio di studio e di aspettative.
Eppure lei è riuscita a conciliare famiglia e carriera; è stata solo fortuna o ha una ricetta particolare da confidarci?
Nessuna ricetta, solamente la fortuna di scegliere una carriera, quella di scrittrice, più semplice da conciliare di altre con la vita privata perché ti lascia molto tempo libero, è una professione compatibile all’essere madre. Se avessi voluto essere un dottore o un avvocato avrei sicuramente avuto molte più difficoltà in famiglia; è anche vero che il mio primo matrimonio è finito con un divorzio, credo che sia stato a causa della stranezza di un matrimonio con figli dove entrambi facevamo lo stesso lavoro di attori con molto conflitto di ambizione; fu una situazione molto difficile. Oggi molte donne sono sia madri sia professioniste affermate, ma trascorrono con i loro figli molto meno tempo di quanto ne dedicai io ai miei figli; non credo che sarei stata felice di rinunciare a loro a favore del lavoro e della carriera. Quindi oggi per le donne le cose sono decisamente cambiate, è però ancora difficile combinare le proprie esigenze con quelle degli altri perché la società, ma anche il marito stesso, si attendono che sia la donna ad avere la maggior cura dei figli. Sicuramente alcuni uomini sono in grado di aiutare ma è la madre che ha i compiti maggiori.
Lei quindi, mi sta dicendo, che alla fine le donne si devono sempre sacrificare per amore dei figli come Rose la protagonista di The Needle’s Eye?
Rose è un caso estremo di sacrificio, si sacrifica troppo. Comunque se qualcuno si deve sacrificare per i figli questa è ancora la donna. In generale non approvo completamente questo genere di sacrificio, questa sorta di psicologia della vittima, molto presente quando scrivevo anni fa che sostiene che se sei una vittima allora sei buona; oggi io non credo sia proprio vero, ma sembrava essere vero a quei tempi.
Prima parlavamo dei forti segni di conflitto e di alienazione interiore presenti nei personaggi femminili dei suoi primi romanzi. Sia Rose che Jane non dimostrano di avere molto interesse verso i loro figli perché non sono in grado di dare loro le cure e le attenzioni che richiedono. Mi sembra che in queste donne sia molto marcata la frattura tra ciò che il loro ruolo di madri richiede e ciò che loro vorrebbero fare o diventare. Mi danno la sensazione di sentirsi in trappola.
Credo che quella sensazione di divisione che tu descrivi sia stata sempre provata dalle donne in maniera molto intensa e anche oggi sicuramente molte donne la stanno provando: è la sensazione fortissima di essere sottoposta a troppe richieste da parte di troppe persone, con l’obbligo di essere perfette in tutte le cose e in tutti i ruoli. C’è voluto molto tempo affinché una donna potesse dire ‘non so cucinare’ o ‘non voglio avere un figlio’, scelte difficili perché il suo intero ruolo sociale è identificato con il cucinare piatti meravigliosi, essere una buona mamma, essere una brava figlia, essere colei che deve badare alla propria madre quando comincia ad invecchiare. Il conflitto tra il ruolo sociale classico e queste scelte crea delle spaccature, delle profonde divisioni nella psicologia di una persona. Certamente i cambiamenti sociali e culturali negli ultimi venti, trenta anni anni favoriscono le donne sia a lavorare duramente, sia a cercare sempre di raggiungere una completa identità di se. In tutto il mondo la percezione della donna sta cambiando, anche in paesi non industrializzati o del Terzo mondo ci sono oggi donne molto forti che combattono perché le cose nei loro confronti cambino. Il punto è che sono le donne che vogliono sia lavorare che avere dei figli, vogliono entrambe le cose; c’é un passaggio stupendo nella poesia The Bell Jar di Silvia Plath dove dice “I want both”: molte donne vogliono sia una vita materna, sessuale e soddisfacente sia una carriera ricca e importante; penso sia questo ‘volere entrambi’ che crea ancora molta difficoltà.
Ci sono anche state delle donne, anche letterate, che avevano deciso di non avere figli ma sono diventate comunque delle grandi scrittrici, Virginia Woolf ad esempio.
Virginia Woolf era una persona psicologicamente molto divisa, non conosceva assolutamente il suo linguaggio corporale e prese la decisione di rinunciare a se stessa per la sua vita ma fu comunque una grandissima scrittrice. Gli scrittori non sono necessariamente persone normali e non si esprimono necessariamente in maniera normale.
In conclusione di questa intervista e della mia dissertazione voglio dire che i personaggi femminili dei suoi primi romanzi, nonostante le difficoltà e le avversità, riescono alla fine a conciliare maternità, carriera e vita privata. Anche Jane, Rose e Rosamund conquistano un loro equilibrio e si dimostrano delle brave madri mostrando che è possibile, anche se molto difficile, essere una una donna completa e soddisfatta facendo sia la madre che un lavoro.
E’ esattamente quello che penso, è possibile portare avanti entrambe le cose anche se non è facile; ma è la vita in se che non è facile. Neanche per gli uomini. Per la generazione di mia madre la vita era molto difficile; la mia generazione ha ancora dovuto superare dei problemi. Io e mia sorella abbiamo dovuto sposarci per lasciare la famiglia altrimenti sarebbe stato impossibile; oggi, fortunatamente, le donne possono avere una vita di coppia felice senza necessariamente sposarsi. Credo che la generazione di mia figlia, la tua generazione, abbia delle prospettive più ampie: voi non venite criticate così duramente come una volta se prendete certe decisioni; il mondo è più aperto con voi, non sei d’accordo?
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